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L’antipatico, il blog di Antonio Schiena

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Nasce L’antipatico – Uno spazio ad alto tasso di sarcasmo, il nuovo blog di Antonio Schiena.

Forse il nome non vi dice nulla, ma la sua pagina Antipatia gratuita su facebook spopola da un pezzo e vale la pena di seguirla se, come me, non avete mai una parola buona per nessuno.

Uh, dimenticavo, Antonio Schiena ha pubblicato anche due libri: Un gioco da ragazzi e Il mondo perfetto di Mr. Owen, entrambi con Watson Edizioni. Meritano di venire segnalati malgrado non li abbia letti, mea culpa.

Tornando a monte, seguite L’antipatico e se trovate troppo semplice cliccare sulle scrittine rosse come link diretto, eccovi l’indirizzo :

http://antonioschiena.it/

 

antipatia gratuita

Intervista a Claudio Vergnani 2.0

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Claudio Vergnani è, per quanto mi riguarda, il più grande scrittore horror italiano, inutile girarci attorno. Non è solo questo, però. Abbiamo a che fare con un autore colto, preparato e che sa Scrivere. I suoi libri ti coinvolgono, ti fanno dormire con una luce accesa e ti riportano a quando, nel dormiveglia, avevi paura del famigerato mostro sotto il letto o nascosto nell’armadio. Ma non è tutto, ti fanno anche sorridere o ridere di cuore davanti alla sfacciataggine dei suoi personaggi politically incorret, dannatamente sboccati e profondamente intelligenti. Li amerete, così come li amo io, è una promessa.

Claudio VergnaniBenvenuto Claudio 🙂

Carissimo, che bello intervistarti di nuovo dopo sei anni dalla prima volta 😀 Ho avuto il privilegio di presentarti dal vivo in due occasioni e sono stati momenti davvero esilaranti, diciamolo. Nel 2009 ti ho chiesto: chi è Claudio Vergnani? Te lo richiedo oggi, e  se  rispondi  di  nuovo un poveraccio, vengo lì e ti picchio (oppure ti minaccio e basta, sei pure grande e grosso).

Non sarà necessario usare le maniere forti. Oggi sono nella norma. Ma non perché le cose vadano meglio per me. Purtroppo stanno andando male per molti altri. Non sono “salito” io, dunque. Sono “scesi” tanti altri, purtroppo.
Grazie a te per l’intervista. Mi corre subito l’obbligo di smentire la tua affermazione. Se fossi il più grande scrittore italiano di horror, l’horror in Italia non esisterebbe più. Invece – sia pure spesso divisi da fiera rivalità professionale – ci sono diversi ottimi autori e naturalmente autrici che vi si cimentano – self o appartenenti a case editrici poco importa. E’ anche vero che alcuni di questi stanno prendendo la strada del giallo e del noir per… sfinimento.

Sei cambiato in questi anni?

Sì. Sono invecchiato. Che non significa che sono diventato più saggio, ma solo più vecchio. Ho visto tante cose che avrei preferito non vedere e altre che invece avrei voluto vedere non le ho viste e non le vedrò mai. Auguro maggior fortuna a chi verrà dopo di me.

La trilogia del 18° vampiro ( Il 18° Vampiro, Il 36° Giusto e L’ora più buia), I vivi, i morti e gli altri, Per ironia della morte, La Sentinella più altri racconti tra cui Lovecraft’s Innsmouth di cui parleremo dopo. Sei soddisfatto di quanto hai pubblicato?

Sì e no. I miei romanzi posseggono una loro personalità, una loro identità stilistica e – quale più, quale meno – hanno qualche apprezzabile idea. Ma si può fare – e spero di fare – di meglio.

Quale dei tuoi romanzi ti rappresenta e perché?

Letterariamente, sono cresciuto con loro, quindi, in questo senso, la Sentinella e Lovecraft’s Innsmouth – gli ultimi in ordine cronologico – sono quelli dove, oggi, mi “vedo” di più. Ma chi conosce le mie storie sa che la componente autobiografica è importante in tutte.

So che verrai tradotto all’estero, che ne pensi?

Niente. Essere tradotti non premia talento o applicazione. Di solito si deve a un buon lavoro della CE o all’iniziativa personale. Poi, naturalmente, ci sono le eccezioni. Ma la traduzione, a mio parere, non è necessariamente la cartina tornasole di un lavoro ben fatto. Lo dirò anche se mai verrò tradotto pure in birmano e in nepalese, giuro.

Raccontaci qualcosa su La sentinella, uscito ad aprile (dico bene?) di quest’anno.

La Sentinella è un romanzo di fantascienza (spero che si possa ancora usare tale termine).
Volevo descrivere una distopia che non scaturisse dalla solita bieca e trita tirannide che opprime il mondo e contro la quale il protagonista si oppone, per scelta o suo malgrado. Queste sono cose che abbiamo letto o visto al cinema, sia pure in salse diverse, centinaia di volte. Al contrario, volevo evidenziare come a volte, in determinate circostanze, le migliori intenzioni possano portare a risultati tragici (come dicono gli americani: good intentions, deadly results). Ho immaginato un mondo dove la ricerca del “bello”, del “nobile”, del “filosofico” e della “spiritualità” abbia condotto a trascurare il concreto e l’essenziale, con risultati catastrofici (e forse, detto tra noi, non è così fantascientifica, l’ipotesi). In tale contesto, il sincero ma errato esercizio del bene ha prodotto risvolti terribili.
Volevo inoltre partire dal presupposto dell’impotenza di qualsiasi genere di potere (in questo caso religioso) a fronteggiare le sfide di una società moderna, tecnologica, progredita, che però è incapace – paradossalmente più ancora oggi che in passato, quando i mezzi di comunicazione erano più primitivi – di darsi un’identità, di individuare un reale bene comune, e di gestire in modo equilibrato le proprie forze, frammentata com’è in nuclei di potere privi di scopo, se non quello immediato (e terribilmente miope) di aumentare tale potere.
Ho descritto la difficoltà di una presa di coscienza individuale – anche ma non necessariamente spirituale – delle proprie responsabilità umane, e la consapevolezza che una società può essere sostenuta e salvata NON gestendo le masse con la somministrazione di mere regole, sia pure importanti per il vivere civile, ma fornendo al singolo gli strumenti e la possibilità di coltivare la propria umanità. Se ciò avviene, un essere umano consapevole e responsabile potrà affrontare qualunque sfida senza moltiplicare gli errori che continuamente si ripetono sempre uguali nei cicli storici.
L’avventura del protagonista senza nome (egli può essere ognuno di noi) è una metafora “dell’attraversamento della Valle dell’Ombra e della Morte in chiave moderna”. Durante tale cammino egli maturerà la convinzione che l’unica causa per quale valga la pena di combattere e ricorrere alla violenza non è ideologica, ma pratica e naturale, ed è rappresentata dalla necessità di proteggere i deboli e gli inermi.
Ho cercato di delineare e proporre personaggi non stereotipati, e che non risultassero inquadrati in un mood rigido e statico dall’inizio alla fine del romanzo, ma che cambiassero e si modificassero “attorno” ad esso, esattamente come cambiamo noi esseri umani in base a quello che la vita ci propone, ci toglie, ci infligge o ci regala. Per questo, nel corso della storia, cambieranno anche il concetto di bene e male, di giusto e ingiusto, di corretto e di scorretto. Con le pesanti conseguenze del caso. Che sono poi quelle che vediamo tutt’intorno a noi ogni giorno, per certi versi.

Come dicevamo, a febbraio è uscito l’ebook Lovecraft’s Innsmouth, Claudio e Vergy di nuovo insieme! Il racconto, di un centinaio di pagine, faceva parte di un’antologia con altri autori, Cthulhu Apocalypse, per la Dunwich Edizioni, ed è stato un successo. Basta leggere le recensioni su Amazon per farsi un’idea. Ed ecco la sorpresa per il tuo pubblico adorante, oggi è uscito Lovecraft’s Innsmouth – The Novel, un vero e proprio romanzo che comprende l’ebook che conosciamo, ma ampliato di alcuni episodi e il resto della storia che ci ha lasciato col fiato sospeso in questi mesi. Il romanzo contiene anche un’esaustiva ed erudita prefazione di Franco Pezzini*, saggista e critico letterario, da leggere con attenzione per poter meglio comprendere ciò che concerne l’universo lovecratfiano, corredata da cenni storici che hanno senza dubbio fornito a Lovecraft stesso gli spunti per crearlo. Bene, dicci come hai sviluppato quest’idea, quanto ti ha appassionato questo progetto… insomma, dicci tutto il possibile!lovecraft's Innsmouth - il romanzo

Non so se il pubblico sia adorante, anche perché tutto sono tranne che una pin up, spero sia però interessato, questo sì. Tutto è iniziato da un libro. Cosa non sorprendente, immagino. Si trattava di un’antologia firmata da diversi autori, alcuni celebri (l’immancabile King), altri meno, che scrivevano in un’epoca compresa tra il 1950 e i nostri giorni. Racconti senza altra relazione tra loro che non fosse il mondo di H. P. Lovecraft. Racconti che citavano sia personaggi già comparsi nella produzione del solitario di Providence che altri inventati dai diversi autori ma comunque in linea con la sua celeberrima cosmogonia e il mondo da lui immaginato.
Trovai tale antologia casualmente in biblioteca frugando tra gli scaffali in cerca di qualcosa che potesse solleticare la mia ormai incallita curiosità. Devo dire che pur riconoscendone le indubbie doti, non sono mai stato un lettore troppo convinto delle opere di Lovecraft, ma quell’antologia mi attirava. Prometteva una visione più recente di un universo immaginativo unico nella storia della letteratura (non “di genere”, ma della letteratura tutta).
Era il libro che avrebbe potuto dirmi come Lovecraft era “sopravvissuto” e come era stato “traghettato” tra i lettori 2.0.
La curiosità era stimolata.
Lo presi.
Il tempo di aprirlo e di leggere qualche pagina per scoprire che tale libro non esisteva. Non quello che avevo creduto io, almeno. Gli autori semplicemente imitavano lo stile di Lovecraft con il torto però… di non esserlo.
Sono arrivato in fondo come sono arrivato in fondo all’unica maratona cui ho partecipato nella mia vita. Stringendo i denti e rotolando sui coglioni.
Feci leggere l’antologia a un amico (un vero talebano degli Old Ones) e anche lui – pur manifestando il doveroso e mistico rispetto nei confronti del suo idolo e di coloro che, scrivendo, vi tributano il doveroso omaggio – ammise che “i racconti non dicono molto”.
E se non dicono molto che racconti sono?
Quantomeno non dicono nulla che Lovecraft non avesse già detto. Allungavano il brodo per motivi editoriali.
Iniziò una lunga discussione che vi risparmio e che si può riassumere in poche parole: E’ possibile oggi scrivere “su” Lovecraft dicendo qualcosa di nuovo e non stucchevole e prevedibile senza tuttavia tradirne lo spirito?
Si poteva perlomeno tentare. Ecco quindi Lovecraft’s Innsmouth.
Per me era importante creare una cornice d’atmosfera, una storia che non fosse la ripetizione di tante altre e che… giocasse con le aspettative del lettore esperto che, per quanto smaliziato, non può non aspettarsi ciò che tanti romanzi e film lo hanno condizionato ad aspettarsi.
Non volevo personaggi che dovessero ri-scoprire da capo quanto Lovecraft nella sua produzione ci aveva già detto. Volevo si avvicinassero a tale mondo con ovvio scetticismo, ma non con sufficienza. Che fossero in grado di valutare le situazione, insomma, con un occhio disincantato, un filo di buon senso e senza che il loro atteggiamento fosse condizionato da … necessità letterarie.
Al lettore stabilire se l’esperimento è riuscito.

Sempre in Lovecraft’s Innsmouth – The Novel, nella versione cartacea (uscirà prima in digitale) troveremo un bonus, ben 40 pagine in più di un romanzo futuro con i nostri amati Claudio e Vergy, o come dici tu: il dinamico duo. Il titolo sarà E a volte si muore, ammetti che ci stai viziando! E a volte si muore

Che rapporto hai con il tuo pubblico?

Sono fortunato, chi mi legge mi ha sempre mostrato stima, affetto e grande attenzione verso ciò che scrivo. Spero di meritarli, questi super lettori, e, come dicevo prima, spero di poter fare ancora meglio.

Scrivere horror in Italia, sfogati.

Diciamo che l’horror scritto da un italiano in Italia attira molto poco. Anche qui ci sono eccezioni, ma in generale gli attuali lettori mostrano di preferire prodotti stranieri. I motivi si possono comprendere: altre atmosfere, altra varietà e il pregio di poter davvero “evadere” dalla quotidianità. Non è casuale che il mostro di Loch Ness se ne stia infrattato in Scozia e non, per dire, all’idroscalo di Milano. Altri bravi scrittori combattono questa realtà, e lo fanno al meglio. Io sono più portato a concentrarmi sulle storie e sui personaggi, cercando di raggiungere quella condizione in cui il luogo geografico dell’azione diviene ad un tempo importante e trascurabile.
Intorno, poi, ruota un mondo dove il sostegno è limitato e dove spesso ci si frammenta in piccoli feudi ognuno portatore della Sua verità, sulla quale non è ammesso transigere. Un po’ come nella favola dei tre ciechi e dell’elefante. Non stupisce, dunque, che autori emergenti o comunque capaci sconfinino sempre più spesso in altri generi, o decidano di scrivere direttamente in inglese, per un pubblico anglosassone. Il problema, in Italia, è che puoi essere capace o meno, ma se ciò che scrivi non interessa a prescindere tanto vale allora scrivere solo gli auguri per Natale.

Uno sproloquio in perfetto Vergnani style su quello che ti pare: politica, libri, terrorismo, vita e morte, paura e coraggio, vampiri, zombie, gattini e unicorni… Insomma, hai libero spazio!

C’è chi sostiene che sia importante per chi scrive e si promuove far conoscere le proprie idee, la propria identità, le proprie abitudini. Forse. Per carattere, sono portato a sperare che a un lettore interessi ciò che scrivo, non se preferisco i cani ai gatti o se a casa mi vesto da donna. E poi nei miei romanzi c’è tutto ciò che c’è da sapere di me. Salvo, direi, la mia visione degli unicorni. A meno che tu non intenda parlare di corna in generale. Nel qual caso, biograficamente parlando, ci sono anche quelle. E, come si dice, un unicorno non basta. Nel mio caso, forse nemmeno un cesto di lumache.
Sulla politica posso soltanto dire che si tratta di un meccanismo che può funzionare solo se trova rappresentanti capaci da un lato e cittadini responsabili dall’altro. Ognuno può quindi tirare le somme.

Pessimista, ottimista o realista?

In tempi di crisi ci si crede realisti, si mira all’ottimismo e si finisce poi per cedere al pessimismo. O viceversa, si è pessimisti perché si vuole essere realisti, e poi, esasperati, ci si butta a corpo morto in un ottimismo consolatorio ma scarsamente ragionevole. Cerco di mantenere un equilibrio, per quanto difficile. Di capire che tali oscillazioni sono naturali.
Viviamo in un’epoca di rabbia, paura, disorientamento, dove alzare la voce è la prassi. Non è la prima ma è la più importante. Ciò che verrà deciso in questi anni influenzerà pesantemente il futuro per tantissimo tempo, e non è sempre stato così. Ci sono state epoche statiche o perlomeno neutre. Ora (almeno a mio parere) il mondo è alla prova del fuoco, il che può anche essere una buona cosa, perché se ben gestito il cambiamento può portare alla crescita. La cattiva notizia è che detto mondo non mi pare possa vantare figure di grande statura per superare l’ordalia. E a volte ho l’impressione che nemmeno gli interessi.

Altri progetti futuri, oltre alle belle news che abbiamo dato?

A volte si muore, come ricordato, e un noir per Nero Press, entrambi già preventivati. Poi si chiude baracca e burattini e si ritorna lettori, che è attività tanto più difficile che essere scrittori. E poi l’importante è aver tentato al proprio meglio. Come disse Rui Barbosa, la sconfitta è dolorosa, ma è nulla al confronto della vergogna di non averci nemmeno provato.

Grazie Claudio, è stato un piacere come sempre 😉

Grazie a te. E a chi ha avuto la bontà di seguirci.

*Lovecraft’s Innsmouth – The Novel da oggi è disponibile su Amazon, Ibs, Mediaworld, isomma sui maggiori store online. Tra un mesetto circa sarà distribuita la versione cartacea,  vi daremo informazioni più precise appena possibile 😉

*Franco Pezzini (Torino, 1962), laureato in Diritto Canonico con la tesi Esorcismo e magia nel Diritto della Chiesa, è studioso dei rapporti tra letteratura, cinema e antropologia, con particolare attenzione agli aspetti mitico-religiosi e al Fantastico. Tra i fondatori della rivista ‘L’Opera al Rosso’, è membro del Comitato editoriale de ‘L’Indice dei libri del mese’, della Redazione di Carmillaonline. Letteratura, immaginario e cultura di opposizione’, e collabora alla rivista online ‘LN │ librinuovi.net’. Ha pubblicato i saggi Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira (Ananke, 2000); con Arianna Conti, Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing (Castelvecchi, 2005); con Angelica Tintori, The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo (Gargoyle Books, 2008) e Peter & Chris. I Dioscuri della notte (Gargoyle Books, 2010); oltre ad articoli in antologie saggistiche e riviste di vario genere. È Vicepresidente del Comitato Scientifico di Autunnonero, Festival Internazionale di Folklore e Cultura Horror, e cofondatore del tavolo di scrittori e ricercatori Libera Università dell’Immaginario, con cui tiene da anni corsi monografici. ‘Giap’, il sito dei Wu Ming, lo definisce “massimo esperto italiano di letteratura fantastica-horror vittoriana”.

Kiss the dead di Laurell K. Hamilton

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Si è 9788842926443_kiss_the_deadtanto duri quanto è valida la propria minaccia, non di più. A quanto pareva, la mia minaccia era validissima.

 

 

Siamo al ventunesimo capitolo delle avventure di Anita Blake.

21 libri, gente, mica cuccioli e gattini.

Premetto che Anita Blake è il mio personaggio, quello che ho amato e seguito negli anni, quello a cui ho ceduto un po’ di me con un tatuaggio (ok, l’ho fatto anche per la saga della Torre Nera di King e ne vado fiera), quello che dal 2007 ha dato vita al mio nickname e, purtroppo, quello che mi ha più deluso.

Anita_Blake_(Earth-97534)Anita Blake, tutta pistola e paletti che per vivere risveglia zombie e ammazza vampiri, svanisce un po’ alla volta per lasciare il posto ad Anita Blake maga del sesso, il che non sarebbe stato tragico se non avesse smantellato e snaturato il filo conduttore della prima decina di romanzi (forse meno, ma voglio metterci un po’ di ottimismo).

In Kiss the dead, Laurell K. Hamilton ci ha graziato regalandoci un po’ di movimento con una Anita abbastanza cattiva e un po‘ bellicosa per quasi metà libro, poi via di corsa sotto lenzuola (o dove capita) a darsi da fare con il suo personale harem. Ok, lo posso accettare, metà libro con sparatorie e paranoie Anitastyle è quasi un record. Ci ha dato un premio fedeltà? Vuole illuderci che ci sia ancora speranza di ridimensionare le storie di sesso e tornare all’azione? Bah. Non ci conto. Un po’ ci spero. Lo so, mi illudo. Chiudo il romanzo, mi dico che è l’ultima volta che spreco soldi per Anita Blake e vado a cercare la data d’uscita in Italia del prossimo capitolo. Sono una causa persa, come la mia Anita.

L’avaro di Mayfair di M.C. Beaton

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Ho scoperto M.C. Beaton con i libri che narrano delle peripezie di Agatha Reisin, che ho sempre trovato piacevolissime, per quanto la protagonista possa essere macchinosa ed irritante. Adorabilmente insopportabile, una favola insomma. (Sì, va bene, mi ci ritrovo un po’ :/)

Ho quindi deciso di avventurarmi nella serie dedicata al 67 Clarges Street, iniziando con L’avaro di Myfair. La trama è vivace e scorrevole, le descrizione storiche accurate, lo stile impeccabile. Rievoca l’inizio del 1800, la stagione londinese in cui le fanciulle (e rispettive famiglie) del ton aprivano la caccia allo scapolo facoltoso per organizzare il matrimonio perfetto.

In questa avventura Fiona Sinclair non ha nobili natali, ma bellezza, astuzia e intelligenza e il supporto del personale del 67 di Clagers Street, una vera task force. Infatti tutti i libri sono incentrati sulla dimora e sui domestici che la gestiscono. Gli affituari per la stagione variano e loro restano i protagonisti indiscussi, con vicende alla Downton Abbey, ma più soft e più divertenti.

Consigliato, come tutti i libri di M.C. Beaton, per l’umorismo che la contraddistingue, per passare un pomeriggio piacevole, senza impegolarsi in storie troppo impegnate.

Quando Internet le fa girare.

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biglie

Abituata al mondo del web non dovrei più lasciarmi sorprendere dall’idiozia dilagante e dalla pochezza della gente, ma non ne sono capace. Detesto la maleducazione e i commenti fuori luogo.

Oggi su facebook ho assistito all’ennesimo esempio, un signor nessuno che critica un video di mio figlio adolescente senza nemmeno essere tra i suoi contatti, ma arrivando come amico di amici. E ci è andato giù pesante, criticando un pezzo di Bach che ha suonato a orecchio senza aver mai preso lezioni di musica.

Per carità, può non piacere e nessuno è obbligato ad ascoltarlo, soprattutto un adulto sconosciuto e molesto con manie di onnipotenza che prima svilisce, poi si scusa ed infine si eclissa e non risponde nè ai commenti nè hai messaggi privati.

Che eroe.

Intervista a Barbara Baraldi

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Presentare un’autrice come Barbara Baraldi non è facile. Pluripubblicata e pluripremiata, camaleontica scrittrice  dona vita a meraviglie editoriali di successo, è seguita da migliaia di fans che la adorano e con ragione! Qui la trovate su wikipedia, qui sul suo sito ufficiale  barbarabaraldi.it e qui sul suo blog scritture barbariche. BarbaraBaraldi Ora veniamo a noi 😀

Benvenuta Barbara, è un piacere e un onore averti qui sul Trono di Libri e grazie per il tempo che mi dedichi. Sarò breve sapendo che sei impegnatissima. Ci conosciamo da anni e seguire la tua evoluzione come autrice è stato sempre emozionante. Da Signora del Noir ad autrice di successo di YA, come mai questo percorso?

Credo che il mio percorso di autrice sia stato determinato dalla mia storia personale. Dopotutto ho cominciato raccontando storie ai miei fratelli più piccoli per tenerli buoni, e il fantastico e un mistero di fondo erano gli ingredienti principali. Quando ero adolescente, le mie letture preferite erano i romanzi di formazione e il gotico ottocentesco. Quando ho cominciato a scrivere, ho inizialmente tenuto separate le mie passioni, che hanno poi trovato un punto di incontro nella saga Scarlett. Il primo volume della trilogia si può considerare un romanzo di formazione, ma anche un giallo soprannaturale.

Ti abbiamo vista in tv su Top Crime, intervistata per Donne In noir, come hai vissuto questa esperienza?

È stato emozionante sentirmi una sorta di guida per la troupe tra i misteri di Bologna, città affascinante che sento mia. Ed è stata una bellissima esperienza lavorare con uno staff tutto al femminile, autentiche professioniste che mi hanno fatto sentire subito a mio agio.

 #donneinnoir Top Crime

#donneinnoir Top Crime

Libri, fumetti, concorsi… sei oberata su tutti i fronti. Quale progetto ti sta dando, o ti ha dato, maggiori soddisfazioni?

L’arma migliore per uno scrittore, oltre all’immaginazione, è l’entusiasmo. E io metto lo stesso entusiasmo in tutti i miei progetti. Quando si tratta di una storia, ho bisogno che mi catturi totalmente, mi porti via. E ci metto tutto di me sia che si tratti di un romanzo che della sceneggiatura di una storia per Dylan Dog. Non dimentico che è stato grazie a un concorso letterario che ho compiuto i primi passi in editoria, arrivando alla pubblicazione con Mondadori. Le attività legate ai concorsi letterari mi prendono molto tempo, è vero, ma è tempo che spendo più che volentieri per incoraggiare nuovi autori che magari hanno molto da dire ma per i quali è difficile far leggere i propri testi agli “addetti ai lavori”.

A quale tua pubblicazione sei più legata sentimentalmente e perché?

Le mie pubblicazioni sono come miei figli, e sono legata a ognuno di loro per motivi diversi. Dovendo citarne uno, cito senza dubbio Scarlett, la cui trilogia è appena tornata in libreria in edizione speciale, con la splendida copertina di Paolo Barbieri. Per scrivere la trilogia ci sono voluti anni, in cui sono cresciuta insieme ai personaggi. Come loro ho affrontato le mie paure e ho cercato di migliorare me stessa. Sono molto legata a Scarlett anche perché è grazie a questa serie che mi sono resa conto che le mie lettrici e i miei lettori sono guerrieri; sono stati disposti a lottare affinché i loro personaggi potessero vivere nuove avventure. Gli “scarlettiani” si sono uniti per chiedere a gran voce a Mondadori la conclusione della trilogia dopo la chiusura della collana che la ospitava. L’hanno fatto attraverso un gruppo facebook, uniti dal Nord al Sud Italia, armati di entusiasmo e determinazione. L’hanno fatto attraverso post nei blog e lettere inviate direttamente all’editore. Lo fanno tutt’ora inviandomi illustrazioni, foto o poesie ispirate a Scarlett e agli altri comprimari della serie. Il loro affetto è senza dubbio il regalo più bello che mi ha portato il mestiere di autrice.

Barbara noir Bella e talentuosa, seguita da un pubblico adorante, sei felice della tua carriera?

Non riesco a inquadrare la situazione nel suo insieme: vedo tutti i piccoli passi che ho compiuto nel corso degli anni per diventare ciò che sono oggi: una persona che ha voglia di raccontare storie, oggi più di ieri. Una persona che vive di storie.

Grazie Barbara, per il tempo che ti ho rubato, spero tanto di rivederti presto 😀

Una spola di filo blu di Anne Tyler

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I Whitshank sono – o sono convinti di essere – una famiglia speciale, di quelle che irradiano un’invidiabile sensazione di unità. Il loro è un legame indissolubile, fatto di tavolate domenicali, di vacanze tutti insieme da trent’anni nella stessa villa al mare, di piccole tradizioni introdotte da Abby per i bambini e trasmesse ai nipoti. Un legame fatto anche di segreti e mezze verità, di risentimenti stratificati per decenni, di invidie fraterne e aspettative disattese. Con quella capacità unica di raccontare i suoi personaggi mescolando affetto e ironia, profondità e delicatezza, Anne Tyler riesce in questo suo nuovo, magistrale romanzo a renderci partecipi delle loro gioie e dei loro fallimenti, a farci ridere e commuovere, a restituire tutta la complessità emotiva della vita vera.

Spola
Presentato così pareva interessante.

Invece no.

La prosa scorrevole e lo srotolarsi della storia su più vite intrecciate, avanti e indietro con gli anni, facevano ben sperare.
Anche dopo centinaia di pagine lette credevo che da qualche parte saremmo arrivati, ma niente.
Al 98% dell’ebook, a un’ostia dal termine, ho cercato di illudermi che qualcosa si sarebbe mosso per un finale con un po’ di brio e avrebbe dato un senso al romanzo.

No, nein, nada, niet.

Resta la storia di una famiglia con i suoi problemi, i suoi segreti e le sue bugie, con un finale deludente. In fondo l’autrice voleva tracciare uno scampolo di vita vera, no?!

Sono cattiva? Forse. Sarà il caldo.

 

La vita, l’universo e tutto quanto (Cit.)

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8115b_GuidaGalattica_visoreOggi sono 42! La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto. Almeno secondo La Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Intanto si va avanti spinti da un motore a improbabilità infinita in una giornata fantastica! Grazie a Kamenzind e al Dottor Bishop 😀 Tanti auguri a me! guida Addio e grazie per tutto il pesce 🙂

Per Ironia della Morte: Vergy Dixit…

Clap! Clap!

Il laboratorio del Dottor Bishop

-I suoi genitori dovevano avere il senso dell’umorismo.
– E’ vero: ridevano come dei pazzi quando mi hanno buttato fuori di casa a calci nel culo.”

per

Chi mi conosce sa quanto io “diffidi” dei moderni scrittori italiani: di essi, solo Licia Troisi è riuscita a colpirmi favorevolmente sul serio. Questo prima di leggere “Per Ironia della Morte” di Claudio Vergnani.
Ora, visto il mio stile di recensore logorroico ed esaustivo, mi sembra giusto, secondo il mio motto “la più grande opera d’arte è l’artista”, parlare prima dell’autore.
Vergnani,  modenese, è un ex studente di legge, ex liceale classico, ex vigile del fuoco, ex militare e moltissimi altri “ex”.
E’ una persona coltissima, e questo si denota anche nel suo stile di scrittura, ed è IL pessimista: il “Pessimismo Cosmico Vergnanesco” è ormai una corrente filosofica riconosciuta. In un’intervista, alla domanda “chi sei?” ha risposto “Ti direi che sono un…

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